Xkè poi i moti umani e i sentimenti sono precisi e sempre uguali, apparentemente liberi ma rigidamente vincolati.
In discoteca da solo, lo sfigato ke non ha amici, e il figo ke già le tipe aspettano.
Tutti gli altri non se lo possono permettere, devono andarci con la kumpa, xkè non sono abbastanza fighi ma non vogliono sembrare così sfigati, le 2 code della gaussiana.
Così, lo sfigato senza prospettive rimane a casa d'agosto, oppure ki si può permettere di andare in vacanza sempre, xkè fa quello che vuole: gli altri devono andare in vacanza, xkè non tutti si possono permettere di non fare le vacanze.
Ad Agosto finisce l'anno e si tirano le somme: i vecchi si suicidano, il Gatti uccide gli zii xkè lo conoscono e, seppur senza fargli notare nulla, sono testimoni silenziosi del suo fallimento.
Ad Agosto si abbandonano i vecchi (cani) e a settembre se ne avranno nuovi; a settembre ci sarà nuovo anno scolastico, nuovo campionato, avremo nuovi lavori vicini a nuovi amori conosciuti al mare (Battiato-Pausini).
Ki sa già che non sarà amato, rimane a casa in anticipo, l'autoesclusione dell'escluso, e cerca di trovare una via alternativa alla felicità dei +, una via alternativa ke in realtà mira a nient'altro ke a quella stessa felicità così comune e banale che disprezza: nerd ke scrive romanzi x dimostrare quanto è + degno di essere amato del capitano della squadra di football, da dedicare alla + bella delle ragazze pon-pon, e quindi al contrario di tutto quanto finge di pensare e x cui motiva il suo scrivere romanzi, si riconosce nel medesimo value set di valori del capitano.
Andare in vacanza ad agosto xkè non si può fare diversamente; sposarsi e avere figli xkè è giusto farlo, xkè questo è il template di vita ke la società ha preparato, ed è bene o male il migliore dei mondi possibili.
Per gli altri, vie più impervie su sentieri di montagna, dove morire di freddo congelati, o forse ridiscendere a valle a vivere la felicità dei +.
30 settembre 2005
27 settembre 2005
Il pescatore
Non ho un ricordo nitido di quella parte della mia infanzia passata in campagna. Alcuni istanti però mi sono rimasti impressi. In particolare, mi sembra ancora di rivedere mio nonno che mi porta a passeggiare su per la strada sterrata, costeggiata dai noci, e di risentire le storie che mi raccontava camminando.Una di queste mi colpì fortemente, non perchè all'epoca fossi in grado di coglierne il significato, ma per l'effetto che mi faceva il suono di quelle parole scandite al ritmo dei nostri passi sulla ghiaia. Era una reazione quasi regolata dalle leggi della fisica, tanto che non pensavo possibile ripetere quelle stesse frasi in nessun altro posto al mondo.Come tutte le vere favole iniziava con un c'era una volta, e continuava così...Un pescatore. A quei tempi il cielo di notte era solo una grande cupola scura sovrastata da un enorme disco di colore giallo tenue, e così, quando si era a largo ed era già buio, l'unico modo per orientarsi e trovare la strada per la terraferma era quello di seguire le indicazioni luminose del faro. Per questo motivo il pescatore provava una sorta di devozione per quella luce, anzi per quella persona che si celava dietro ad essa ed alimentava il fuoco in grado di generarla. Era sicuro che lassù vivesse qualcuno, anche se non era mai riuscito a vederlo, perchè il faro aveva una finestra, e le finestre sono costruite dall'uomo perchè sente il bisogno di respirare. Una di quelle sere pensò che l'unico modo per scoprire quel mistero fosse fare qualcosa per attirare l'attenzione del misterioso guardiano: allora fermò la barca in mezzo al mare, appoggiò una scala a quel cerchio chiamato luna, e depose uno dei pesci che aveva raccolto in cielo. Nonostante questo fosse ben visibile, ed avesse iniziato anche a brillare, la finestra del faro continuava a rimanere chiusa. Il pescatore, credendo che ciò non fosse sufficiente, tornò anche la sera seguente, e vi lasciò un intero secchio di acqua marina. Nessuno si affacciò dal faro, ed il pescatore appese anche il suo arco da caccia e tutte le sue frecce, visto che da tempo non aveva più avuto il bisogno di adoperarlo. Tornò ancora, sera dopo sera, fino a quando il cielo non si riempì di tutti gli oggetti che aveva portato e divenne luminoso quasi quanto di giorno. Dall'alto della scala guardò ancora una volta in direzione del faro, e vide che la finestra si stava per aprire: scese verso la barca, circondata da miriadi di riccioli d'oro formati dai riflessi della luna sul mare increspato, e si allontanò, prendendo la direzione dell'orizzonte.
18 settembre 2005
2005.03.20 Appunti
Adesso riesco a vedere chiaramente tutto il peso che ognuno di noi si porta addosso. Tutto un mondo, un universo, sulle proprie spalle, dentro le proprie teste, che non puoi dividere con nessuno. Ti porti questo peso addosso e non riesci a volare: sarebbe tutto più facile, più leggero, da lassù, guardare tutto dall'alto. Come sarebbe bello il nostro mondo, così piccolo e così lontano, quasi fosse la vista di un paesaggio spaziale.
Forse c'è qualcuno accanto a me che mi sta aiutando a liberarmi per un poco di questo peso: da bambino era così facile piangere per un ginocchio sbucciato, oggi non riesco più a sfogarmi, ed ho bisogno di qualcuno che mi liberi da questo dolore. Non è più così facile, o forse questo è quello che voglio credere, il mondo dei grandi deve essere difficile, comeplesso. E chi lo dice? Abbiamo paura di mostrarci deboli e resta tutto dentro di noi. Abbiamo paura di parlare con la stessa ingenuità, non ci capiamo e ci allontaniamo, ognuno a portarsi il proprio peso addosso.
Abbiamo paura di essere feriti ed indossiamo una corazza di metallo greve, facendo notare agli altri quanto sia luccicante alla luce del sole ma celando quando sia difficile portarla, e quanto contiamo su di lei per proteggerci. Ne ho viste tante ed ognuno di noi ne porta una diversa, ma non ho visto mai qualcuno levarsela: ciò mi sembra scontato, sarebbe troppo rischioso.
Ecco fatto, cosa ho risolto ora? Non mi pare che la situazione sia cambiata: capire le cose non aiuta, forse serve solo a dare delle motivazioni a quello che ci portiamo dentro.
Ma un giorno non penserò più a tutto ciò e non avrò bisogno di riflettere, poi passa, è solo questione di tempo e non ce se ne accorge nemmeno. E' che ogni tanto c'è bisogno di sfogarsi, quando si è accasciati per terra, al parco giochi, ed il sangue al ginocchio si mischia alla polvere, e tutto il dolore del mondo sembra accadere in quel preciso luogo ed istante. Allora abbiamo bisogno di gridare
Immagino...
13 settembre 2005
Il Profumo
Consumerò le mie narici su questo pezzo di stoffa
fino a quando non se ne sarà andato
il profumo che hai lasciato.
Ed allora stringerò forte questo cuscino a me
fino a quando non sarà uscita la tua anima.
E da lei mi farò coccolare
e cullare in un sonno
che porterà riposo per questo strazio.
fino a quando non se ne sarà andato
il profumo che hai lasciato.
Ed allora stringerò forte questo cuscino a me
fino a quando non sarà uscita la tua anima.
E da lei mi farò coccolare
e cullare in un sonno
che porterà riposo per questo strazio.
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